GLI USI CIVICI NELL'ITALIA CENTRALE, OGGI
(di Franco Carletti, commissario agli usi civici)
1. Nei decenni in cui ha avuto competenza in ordine all'accertamento, al controllo e alla gestione degli usi civici (tra il 1924 e il 1963), l'Amministrazione Forestale dello Stato non ha provveduto mai, non si dice ad una indagine conoscitiva sulla consistenza, la dislocazione e la composizione delle terre di uso civico a lei affidate, ma neppure a raccogliere in forma sistematica alcuna informazione al riguardo, limitandosi invece a gestire le informazioni disponibili in modo occasionale e con un occhio agli interessi economici sollecitati dalla dimensione stessa del capitale fondiario disponibile. Un esempio per tutti è quello degli usi civici nella pianura pontina, che negli anni venti furono sacrificati dal passato regime con un tratto di penna, senza neppure prender nota della loro superficie e senza alcun ristoro per le comunità che li possedevano, in nome di una “bonifica”, che rispondeva in parte alle necessità di una zona degradata, ma in misura ancor maggiore alle esigenze propagandistiche del regime stesso e al suo bisogno di consenso.
In generale, gli usi civici sono stati accertati e amministrati con l'animo burocratico di un'Italia povera, che vedeva certo nell'agricoltura l'unica fonte disponibile di reddito, ma che anelava ad altre imprese _ come quelle coloniali _ e insieme promuoveva a basso costo attività di sussistenza o un'emigrazione senza speranza.
I limiti dell'intervento economico del fascismo nell'agricoltura sono stati a lungo occultati dalla ideologia agraristica e reazionaria che lo caratterizzava; essi tuttavia non gli hanno impedito di rielaborare e mettere a regime l'esperienza legislativa precedente, promuovendo e realizzando quella legge sui demani e sui diritti civici che, a tutt'oggi, in un contesto economico e sociale profondamente modificato, appare come la più avanzata possibile, ancora capace di utili applicazioni.
La legge in questione (17.6.1927, n. 1766) si impernia su un obbiettivo di fondo: la conservazione e la valorizzazione delle proprietà collettive ereditate dagli Stati preunitari, con la progressiva privatizzazione di quelle a destinazione agraria e l'affidamento alla Azienda Forestale dello Stato di quelle a coltura boschiva.
Negli anni successivi al 1927, entrambe queste prospettive sarebbero venute a cadere, non soltanto per le vicende politiche generali (la seconda guerra mondiale, la militarizzazione di masse enormi di contadini e di operai, la mobilitazione delle risorse che essa determinò, la sconfitta militare e i rivolgimenti politici conseguenti, la nuova industrializzazione postbellica, ecc.), ma anche e soprattutto per il crollo radicale della popolazione contadina seguito al c.d. miracolo economico e per l'urbanizzazine crescente, che prosegue ancor oggi, solo apparentemente contrastata da alcuni localizzati flussi migratori città-campagna, segno a mio parere non già di una ripresa delle attività agrarie ma di un allargamento a più vasti territori delle abitudini di consumo e di vita degli ambienti cittadini.
In queste condizioni, non soprende che dei demani e dei diritti civici fruiscano in tutto il paese solo gruppi marginali, non soprende che anch'essi si prestino o si rassegnino ai mutamenti di destinazione, vietati dalla legge, ma attivamente perseguiti dal capitale edilizio o commerciale, non soprende che gli stssi aventi diritto favoriscano l'usurpazione e la vendita delle proprie terre con o senza irrisori compensi monetari, non soprende infine che le loro rappresentanze politiche si attivino ad ogni livello per la radicale soppressione di quel regime di incommerciabilità che ha rappresentato finora lo strumento imprescindibile per la perpetuazione degli usi civici nel nostro paese.
Per quanto è a mia conoscenza, la situazione di massima compromissione si riscontra soprattutto nella Regione Lazio, dove per l'opera di un ex magistrato fu varata nel 1986 una legge che consentiva _la sanatoria_ demaniale _ cioè la privatizzazione coattiva delle terre civiche oggetto di speculazioni edilizie - ogni volta che la nuova costruzione, realizzata da un privato, fosse stata fin dall'inizio _regolarmente_ autorizzata in ragione del Prg e fosse suscettibile di una qualche sanatoria edilizia; dove oggi questa misura eccezionale è stata estesa da una nuova legge regionale (la n. 6 del 2005) alle edificazioni future, abolendo esplicitamente o in forma surretizia l'incommerciabilità dei beni civici.
A di là di queste innovazioni legislative, che nessuna forza politica ha mai voluto contrastare e che anzi quasi tutte hanno da ultimo esplicitamente sostenuto, è un fatto che nel Lazio ha operato per vent'anni, sotto la copertura regionale, un gruppo di agguerriti privatizzatori, i quali perseguivano il proprio scopo in tutte le forme immaginabili, per lo più trattando con i privati in possesso delle terre le conclusioni delle indagini apparentemente conoscitive loro affidate, talvolta addirittura adottando conclusioni conformi agli interessi privati da favorire, rinnovando in ogni caso periodicamente tali operazioni in modo da raccattare progressivamente per le stesse zone tutti i consensi disponibili (e i relativi compensi), ecc.
Questa tattica è stata adottata anche in Toscana, ma con alcune maggiori difficoltà, dovute in primo luogo, alla relativa scarsità dei diritti civici, residuati dopo la privatizzazione disposta negli ultimi decenni del 1700 dal Granduca di Toscana, in secondo luogo dalla persistenza, soprattutto a cavallo del confine con l'Emilia, di comunità civiche più dignitose e fiere, mal disposte a barattere per quattro soldi il controllo del proprio territorio, in terzo luogo dal minor numero e dalla minore spregiudicatezza dei consulenti tecnici incaricati di queste manipolazioni.
Resta l'Umbria, dove la maggior consistenza numerica delle comunità proprietarie e soprattutto il maggior radicamento sociale di alcuni antichi diritti di prelievo _ non soltanto quello di prelevare erbe e legna , ma anche per esempio funghi o tartufi _ ha portanto a un più diffuso interessamento degli aventi diritto, ad un più puntuale contrasto nei confronti degli occupatori ma, di contro, anche a conflitti senza fine tra le comunità stesse per una migliore definizione dei territori di competenza e dei prelivi a ciascuna spettanti.
In questo quadro, l'unico punto di forza è e rimane il Commissario agli Usi Civici, cui residuano oggi solo funzioni di accertamento, ma che mediante un uso accorto dei suoi poteri, può evidenziare agevolmente gli atti illeciti posti in atto con il favore o nella tolleranza dell'amministrazione, può contrastarli efficacemente, in difesa dei patrimoni collettivi e delle popolazioni cui essi spettano, può, in forza della sua esperienza, collaborare ad identificare anche in sede di elaborazione legislativa gli strumenti più ragionevoli per la conservazione di quel che resta di questo immenso patrimonio _ valutabile, mediamente, non meno di 500 ettari di terra boschiva e pastorale per comune, non meno di 5 milioni di ettari per l'intero territorio nazionale.
Roma, 05/03/05
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